In pochi minuti una squadra di navi da battaglia viene messa fuori combattimento da sei uomini al comando di altrettanti mezzi d’assalto. Che cosa era successo? Le navi inglesi furono attaccate dai barchini esplosivi della X flottiglia MAS: fino a quel momento l’utilizzo dei mezzi d’assalto navale non era mai stato messo in pratica da nessuna moderna marina da guerra, anzi inglesi, americani, tedeschi e giapponesi non ne conoscevano l’esistenza. L’assalto navale si perde nei secoli, già utilizzato dai romani, venne codificato dalla marina veneziana della Repubblica Serenissima con l’uso dei “Brulotti” e prevedeva che barche incendiarie a remi, caricate di legna e rami, si lanciassero contro le navi nemiche.

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Lo scenario dell’ azione di Suda si inserisce nei primi mesi del 1941: l’Italia, appena entrata in guerra, è impegnata in Grecia. Le truppe italiane, dopo una dura sconfitta sono costrette a ripiegare e si attestano sul confine con l’Albania. In quel momento gli inglesi rafforzarono la Mediterranean Fleet con lo scopo di tagliare agli italiani i rifornimenti che sarebbero arrivati via mare. La Royal Navy dislocò a Creta, nella baia di Suda, gli incrociatori da battaglia York, Gloucester, Calcutta, il cacciatorpediniere Hasty. A completamento della formazione, c’erano diverse navi appoggio tra cui alcune petroliere, determinati per fornire il carburante alle navi da battaglia. Con questa formidabile forza navale pronta ad intercettare i convogli di rifornimento l’esercito italiano era messo in grave difficoltà. Supermarina, il ministero della marina italiana da guerra, tentò varie azioni navali nel mare Egeo per ingaggiare la battaglia in mare aperto, ma gli inglesi non accettarono il combattimento. In questa situazione di stallo venne dato l’ordine di far entrare in azione la X flottiglia MAS, che era il reparto della marina preposto allo studio ed utilizzo dei mezzi d’assalto navale. Sei barchini esplosivi tipo MTM (motoscafo da turismo modificato) furono imbarcati sui cacciatorpediniere Francesco Crispi e Quintino Sella, che si dislocarono a Stampalia. Da lì, imbarcati i motonauti, salparono nel pomeriggio del 25 Marzo in direzione della baia di Suda, verso mezzanotte arrivarono a circa 6 miglia nautiche da Suda. L’operazione di messa in mare dei barchini fu velocissima in pochi minuti i sei mezzi d’assalto furono varati dalla poppa dei cacciatorpediniere e si avviarono verso le reti semiaffioranti che ostruivano l’ingresso della baia. Gli sbarramenti vennero scavalcati molto facilmente grazie alla particolare trasmissione poppiera che poteva ruotare l’asse dell’elica in modo da non offrire afferrature per reti e cavi semisommersi.

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I barchini risalirono la baia fino alle vicinanze delle navi ancorate, lì attesero l’alba, il momento dell’attacco. Scrutando la sagoma delle navi alla fonda assegnarono gli obbiettivi. Alle 05.30 2 barchini partono all’attacco dell’incrociatore York, che è il maggiore dei tre, a circa 70 m i motonauti effettuano il lancio e salgono sulle zatterine, dopo poco due nette esplosioni fanno sbandare l’incrociatore, decretandone la fine. Gli altri barchini affonderanno un cacciatorpediniere e una petroliera
L’idea del barchino esplosivo nacque nel 1936 da un’illuminazione del Duca Aimone d’Aosta, che appassionato di motonautica, pensò di usare un motoscafo veloce come vettore per portare una carica ad esplodere contro il bersaglio. Da quell’idea passarono velocemente ai fatti e incaricarono il cantiere Baglietto di Varazze, già noto per la realizzazione dei moderni MAS serie 500, che potevano navigare ad oltre 50 nodi, di costruire lo scafo, mentre venne ingaggiata la CABI di Milano per realizzare il motore ed il gruppo elica/trasmissione. Il cantiere Baglietto, esperto di naviglio veloce planante, realizzò in poco tempo uno scafo lungo circa 5 m e largo 1.4 m, in legno, con carena a spigolo, mentre il lavoro della CABI era molto più difficile: l’ing. Cattaneo, che aveva avuto numerose esperienze nelle corse automobilistiche con la scuderia del Portello di Milano, da cui nacque la Anonima Lombarda Fabbrica Automobili, pensò di utilizzare un moderno motore a benzina sei cilindri a V, proprio dell’Alfa Romeo. Le caratteristiche decisive per la scelta del motore, oltre alla notevole potenza e leggerezza, fu un’ innovativa accensione statica messa a punto insieme alla Magneti Marelli, che eliminava completamente il distributore rotante, che avrebbe dato enormi problemi in ambiente umido.

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Le caratteristiche principali del barchino esplosivo erano la stabilità della navigazione, per cui anche senza pilota doveva navigare in linea retta, inoltre la carena doveva essere priva di afferrature che si potessero incattivire su reti e cavi semisommersi nella fase di forzamento del porto. Per risolvere il problema dell’effetto sterzante dell’elica, dovuto alla spinta obliqua impressa dalle pale, Cattaneo realizzò una trasmissione a doppia elica controrotante, in questo modo lo scafo era spinto da due forze oblique, ma che si equilibravano a vicenda permettendo di navigare in linea retta senza correggere la rotta col timone. Per il governo dello scafo mise a punto una speciale trasmissione a coppie coniche e giunto cardanico che permetteva di ruotare l’asse dell’elica in modo da eliminare l’uso del classico timone a deriva mobile, come in un odierno piede poppiero delle trasmissioni entro/fuori bordo. Inoltre risolveva anche il problema delle reti perché con poche modifiche si riusciva ad alzare l’asse dell’elica fuori dall’acqua, facendo ruotare tutto il gruppo su un asse longitudinale.
Lo scafo in legno venne alleggerito forando le ordinate di rinforzo, inoltre sempre per risparmiare peso il sistema di raffreddamento a doppio circuito, che prevedeva uno scambiatore di calore tra l’acqua del mare e l’acqua del motore, venne eliminato facendo circolare direttamente l’acqua del mare nel motore. La carica esplosiva sistemata a prua era costituita da 300 kg di tritolo, a poppavia trovava posto il motore, il serbatoio del carburante era sotto l’asse di trasmissione. Il motonauta era sistemato a poppa estrema, praticamente sopra la trasmissione, riparato dentro una minuscola torretta dotata di paraonde. Il pannello di controllo era semplicissimo: strumenti dei parametri motore, velocità di rotazione, temperatura e pressione olio, temperatura acqua in uscita dal motore, stato di carica della batteria. Per la navigazione c’era una bussola magnetica sistemata dietro al paronde. Il posto di manovra durante il lancio si apriva a poppa lasciando cadere in acqua lo schienale, che aprendosi sarebbe diventato una zattera, il motonauta lasciatosi cadere in acqua si aggrappava alla zattera per ripararsi dall’onda d’urto dell’esplosione. 

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L’assalto col barchino esplosivo prevedeva che i mezzi fossero portati in prossimità dei porti militari sfruttando cacciatorpediniere, sommergibili, oppure a rimorchio di MAS o motosiluranti, addirittura si pensò di attaccare i barchini sotto le ali degli idrovolanti che di notte sarebbero ammarati nelle vicinanze dell’obbiettivo. Da lì i barchini governati dagli operatori, ma in questo caso sarebbe più corretto definirli motonauti, avrebbero dovuto forzare gli sbarramenti, entrare nel porto e rimanere nascosti fino all’alba. Al sorgere del sole avviati i motori si sarebbero lanciati a tutta forza contro gli obiettivi; il motonauta inquadrava il bersaglio con un beta (rilevamento) tra i 45 e 90 gradi poi avrebbe bloccato la ruota del timone e azionato lo sgancio dello schienale del pozzetto di manovra, che era più simile all’ abitacolo di una barca da corsa. Lo schienale in acqua si sarebbe aperto come un libro fornendo uno zatterino di salvataggio.
I motonauti, ovvero i piloti dei barchini, non era gente comune; erano ufficiali della marina fortemente motivati, gente che non aveva timore di affrontare una forza navale nettamente più potente. Infatti dimostrarono in successive azioni essere in grado di attaccare anche in pieno giorno, unità da battaglia in movimento, lanciandosi contro navi corazzate e armate di artiglierie e mitragliatrici di tutti i calibri che sparavano contro il barchino. Questi marinai dimostrarono come, in una guerra spietata, dominata dalla tecnologie e dalle armi di distruzioni di massa, il valore individuale e la capacità potevano ancora fare la differenza in battaglia. Verso la fine della guerra i tedeschi tentarono di mettere in pratica l’assalto coi barchini esplosivi, chiamati “Linsen”, ma trascurarono il fattore umano, affidando i mezzi a personale scarsamente motivato e costretto ad eseguire ordini, che quasi sempre abbandonava il mezzo prima di entrare in azione.
Due esemplari di questi mezzi d’assalto navale sono conservati presso il Museo Navale di Venezia e presso il Museo della Scienza e della Tecnica a Milano.

Angelo Colla

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